a cura di: Gasbarro Nicola

Le culture dei missionari

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stato: Disponibile
Argomento: Storia
Collana: Pubblicazioni Varie
anno: 2009
, pagine: 376

ISBN: 978-88-7870-366-7
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La cosmologia culturale delle missioni è un prodotto storico-culturale dei rapporti tra civiltà messi in moto dalla modernità occidentale. È una pretesa antropologica dell’evangelizzazione cristiana, con ovvie rivendicazioni di primato di percezione e di comprensione dell’alterità o una vera e propria “deculturazione” religiosa e culturale del mondo che ancora aspetta il momento del riscatto e della liberazione? Prima e rudimentale conoscenza dell’alterità o il frutto di una classificazione differenziante del tutto funzionale ad un universalismo religioso “etnocentrico”? È quanto la storia e la scrittura sono riuscite a strappare alla memoria del mito e dell’oralità o solo la conseguenza empirica della prima “colonizzazione dell’immaginario”? Di più: le missioni sono la prima “occidentalizzazione del mondo” di un inevitabile processo di civilizzazione o una faticosa costruzione di altre identità collettive, prima impensabili, che non riusciamo a comprendere con i limitati strumenti antropologici che abbiamo a disposizione? “Conquista spirituale” del Nuovo Mondo, funzionale ai grandi imperi politici ed economici della modernità, o compromesso sociale e simbolico tra le esigenze dell’universalismo cristiano e occidentale e le istanze più o meno rivendicate di differenze irriducibili? Cristianesimo in azione per rendere universale la propria storia di salvezza o anche necessaria generalizzazione di codici culturali che rende problematico l’ordine politico e simbolico di partenza? A livello antropologico: come conciliare l’universalismo del monoteismo cristiano con il particolarismo simbolico delle culture della foresta? Come incarnare il kérigma originario e originale in orizzonti di senso radicalmente diversi da quello filosofico occidentale? Riformulazioni culturali sono sempre possibili, ma come renderle compatibili con l’ortodossia teologica? E se e dove la Chiesa istituzionale impone valori e regole universali, come evitare il rischio evidente di trasmormare le dinamiche di conversione religiosa in processo di assimilazione culturale? L’universalizzazione della prospettiva “soprannaturale” del senso comporta necessariamente una ridefinizione strategica dello scarto tra il continuo ed il discontinuo e della distanza tra la “natura” e le “culture” e soprattutto delle loro relazioni: “di fatto” ogni problema teologico ha implicazioni sociali e culturali che pongono problemi “di diritto” e obbligano i missionari a diventare i primi antropologi della modernità.
Le missioni diventano quindi inevitabilmente il luogo di una compatibilità impossibile a livello generale, con gli inevitabili compromessi, dalle soluzioni più o meno locali ai grandi conflitti, ma anche e nello stesso tempo una sorta di laboratorio della modernità, da comprendere sia come centro organizzatore di diversi modelli di coesistenza di senso sia come struttura generativa di soluzioni discutibili, e a lungo discusse nell’età classica, della crisi degli ordini e delle rappresentazioni. E’ quindi difficile rispondere agli interrogativi più importanti sulla “conquista spirituale” senza una seria storia sociale e antropologica delle lingue e delle culture dei missionari, e senza precisarne le possibilità operative, l’oggetto specifico, il metodo rigoroso d’indagine e la prospettiva di media durata.


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